
Tre settembre 1989, era una domenica. Su Milano splendeva un sole ancora caldo ma così luminoso ancora per poco, un po’ triste, quasi finito, sfinito. Rivedo tutto di quella mattinata o forse questo è solo l’effetto che alcuni ricordi provocano nella mente di chi li ha vissuti: le immagini si allargano e sempre più nitide si arricchiscono di particolari, si nutrono di sé stesse fino a cancellare tanti altri giorni, tanti altri colori.
Quella giornata è la mia infanzia. A quella domenica appartengono forse tutti i flash della piccola Nicole, pur essendo convinta di non essere mai diventata qualcosa di diverso, di più maturo. Le cose vissute a quell’età restano indelebili per sempre, così si dice: nonostante avessi compiuto sette anni solo quattro giorni prima, le cose e le sensazioni di quel tre settembre mi sembrano vicine e vissute con molta più consapevolezza, con una sensibilità e attenzione da persona più grande, molto più grande di una bimba quale ero. Sulla mia nuova bici rosa, col cestino bianco e le rotelle, viaggiavo a vista davanti al passo tranquillo di mio padre, sorridente, con una buffa coppola grigia e una camicia gialla che sbucava fuori da un maglione grigio a girocollo. Mamma gli rimproverava sempre quell’abbinamento ma a lui quella situazione sembrava divertirlo e ricordo pochissime domeniche mattina senza quella camicia quel maglione e quella coppola. Reggeva sotto il braccio il corriere che comprava ogni settimana, si guardava intorno come al solito e mi intimava di fermarmi a ognuno di quei quattro incroci che separavano la nostra casa, al primo piano di una palazzina malandata in viale Ariosto, da parco Sempione.
Mentre sgambettavo sulla breccia dei vialoni bianchi a ridosso dell’arco della Pace, mio padre ogni tanto staccava gli occhi dalle enormi pagine grigie e questo bastava per sentirmi di non dover andare più lontano. Mi piaceva tantissimo fare larghi giri, arrivare infondo ai viali, fermarmi con entrambi i piedi sui pedali, voltarmi, guardare quanta lontananza avessi percorso e tornare indietro. Il ritorno lo facevo con maggiore velocità, correre verso papà era divertente, ora direi rassicurante. Il mio giro si concludeva col saluto alla curva, passando a tutta velocità accanto a papà investendo le distese noiose del suo giornale distogliendolo dalla lettura: mai una volta che mi avesse rimproverato. Doveva infastidirlo non poco a ripensarci ora, ma lui mi sorrideva ogni volta, come solo i papà sanno fare. Erano trascorsi forse cinque minuti da quando era seduto su quella panchina verde di fronte ad una grande aiuola quando improvvisamente si alzò con uno scatto repentino subito dopo essersi accorto che la panchina era bagnata. Il suo movimento fu imprevedibile, io passavo proprio in quel momento con la mia bici e mentre lui era leggermente piegato in avanti nell’intento di alzarsi, io lo colpii alla tempia col ginocchio.
Papà restò inspiegabilmente fermo, accovacciato su un lato per terra. Pensavo che fosse l’ennesimo scherzo e quindi non mossi un dito ma titubante fissai quel viso investito in pieno dalla luce mattutina. Ero preoccupata e incredula. Cominciavo a sollevare lo sguardo a scatti mentre gli occhi di papà restavano chiusi e ancora immobili. Provai allora a scuoterlo affondando le mie dita nel suo braccio destro, poi gli toccai le guance. Scoppiai a piangere. La bici rovesciata per terra aveva il manubrio storto e sul cestino bianco, che nel cadere si ritrovò affondato nella breccia polverosa, si era posato un piccione che guardava verso lo stagno delle anatre. Ormai intorno a mio padre si era formato un gruppetto di sei o forse dieci persone, non riuscivo più a vederlo. Arrivò l’ambulanza dalla quale scesero due signori con un giubbotto rosso che caricarono il corpo penzolante di mio padre sulla barella. Durante il viaggio verso l’ospedale c’era un’infermiera che aveva il compito di tranquillizzarmi senza spiegarmi cosa davvero stesse succedendo: la mia agitazione aumentava e si caricava di paure e mancanze. In ospedale ci raggiunse mia madre: era terrorizzata. In braccio a lei risposi alle sue domande in presenza del medico che ascoltava tutto e prendeva nota. Tremavo proprio come avrei tremato per tutti i giorni successivi.
Ho ucciso mio padre. È troppo facile dire di sentirsi in colpa, io vorrei almeno non essere mai nata: ho distrutto la vita di mia madre, ho privato di un padre il mio fratellino più piccolo che non l’ha mai conosciuto e ho cancellato i sogni di un uomo che amava la sua famiglia. È stato solo un incidente. Tornai a scuola dopo un paio di mesi: i miei risultati divennero penosi. Alle scuole medie, durante la settimana della festa del papà ero l’unica a non andare a scuola: trovavo insopportabile come gli altri compagni pronunciassero sorridendo la parola papà, per me che invece era solo tormento. È stato solo un incidente. Non so se i professori mi promuovessero per compassione o solo per liberarsi il prima possibile di un individuo potenzialmente pericoloso, con evidenti problemi nella socializzazione e facilmente irascibile e scontroso con i compagni. Ricordo in terza media di aver dato un pugno alla porta dell’aula causandomi anche una contusione a tre dita della mano destra: scoppiai in un pianto di tensione e ansia, stati d’animo che da soli descrivono quegli anni, i più drammatici solo perché i primi durante i quali facevo davvero i conti con la mia condizione di assassina. Mi sentivo odiata da mia madre, sempre assente nella mia vita, mentre mio fratello lo trovavo insopportabile per i suoi capricci e per le sue domande senza senso. È stato solo un incidente. A liceo mi legai in un rapporto di profonda amicizia con Carmen: conobbi il mondo della droga. Uscivamo quasi tutte le sere e frequentavamo i peggiori quartieri di Milano guidati dalle tante cattive conoscenze di Carmen sparse per la città. Ero maledetta, gli dei avevano affidato a me un destino maledetto e io non potevo che maledire la vita vivendola come la morte, senza sapere, sposando l’ignoto, calpestando la vita, sputandole addosso. Cresceva in me il desiderio di lasciare la mia casa e andare a vivere da sola, ben prima di aver raggiunto la maggiore età: l’aria di casa puzzava di vecchio, talvolta di morto. Fuggire lontanissimo mi avrebbe forse aiutato a salvarmi dall’accidia che riconosco oggi di non aver mai debellato. È stato solo un incidente. Me lo ripetono da più di vent’anni e io ne trovo più sofferenze che sollievi, più dubbi che rassegnazione. Infondo in quel periodo i miei genitori erano tutti presi dalla prossima nascita del loro secondogenito e tutte le attenzioni soprattutto di mio padre nei miei confronti erano tragicamente scomparse: irrimediabilmente finite a favore di un altro figlio, del fratellino che avrebbe fatto di me non più una figlia da coccolare ma una ragazzina da sopportare e a cui dire solo no. Quella domenica consumai la mia vendetta.
Ieri ho lasciato la casa in via Ariosto e sono partita per New York dove vorrei stabilirmi definitivamente: ho lasciato l’Italia senza salutare nessuno e senza che nessuno mi salutasse.