Amelie Poulain

Amelie Poulain

Volevo cominciare così.

Lei ama vivere, adora vivere. Sogna e vive la sua vita come se fosse una sola, sogna e colora la sua vita come se fosse una gigantesca tela dove ogni dettaglio è bellezza. “A lei piace voltarsi nel buio del cinema e guardare le facce delle altre persone. E poi le piace cogliere quei particolari che nessuno noterà mai”. Osserva un volto e leggici una storia.

Carmen

L’aria umida e salata stringeva quei due in un inesistente abbraccio stretto. L’imbarazzo appiccicoso e argentato, anch’esso umido e salato come tutto in quella notte, impediva a lei di reggere lo sguardo di lui, che non l’aveva ancora guardata neppure una volta. Ognuno dei due si sentiva vittima potente, soggiogata dal movimento caldo delle onde. Pensava di non essersi mai trovato a una così piccola distanza dal volto di lei, inerme per lunghi secondi intervallati con maniacale puntualità da finti movimenti della mano destra, che con finta incertezza, abbandonava il ventre per scostare con stupida eleganza i lunghi capelli mossi e neri dalla nuca sudata. Ora si vedeva il neo appena nascosto sotto gli ultimi capelli, poco prima del lungo collo scoperto del tutto indifeso, teso, umido e salato: non apparteneva più soltanto a lei. Il cielo di alcune notti d’estate ostenta delle insopportabili vastità che noi uomini non sappiamo reggere e poco prima che tutto crolli siamo pronti a fare qualsiasi cosa purché sia un degno segno della nostra presenza e della nostra esistenza. Carlo stravedeva per Carmen, sposata col fratello maggiore già da tre anni. Lo  sguardo prolungato di lei aveva qualcosa che imbarazza solo la prima volta. Seria dalle spalle esili, un seno composto e un portamento irraggiungibile. Fin dal primo giorno si creava una strana compassione tra i loro corpi: entrambi sapevano qualcosa, sembravano nascondere un segreto che reciprocamente spiavano, scoprivano, violavano. Carlo conobbe Carmen per la prima volta in un pub, nel centro storico di Grosseto, dove Alessandro orgoglioso gliela presentava tra alti bicchieri di birra rossa. Le labbra poco carnose e pulite di quella donna avrebbero per sempre infiammato di desiderio Carlo, che quasi mai si accorgeva di restare a fissare la bocca chiusa di lei che si richiudeva su se stessa dopo un deciso e ghiacciato sorso di birra. Non aveva un filo di trucco, una maglietta bianca poco scollata accendeva un pendente color smeraldo, mentre una gonna larga e zingaresca lasciava intravedere le forme accentuate dei fianchi, leggermente scoperti, duri. Prese posto su un divanetto, seduta tra i due fratelli che talvolta si ritrovavano a parlare tra loro avvicinandosi e sporgendosi davanti a Carmen per superare il volume della musica suonata dal vivo da un improvvisato gruppo jazz. Carlo riusciva ad avvertire il profumo dei capelli di Carmen e da allora in poi lo avrebbe riconosciuto, anzi spasmodicamente cercato e lei lo sapeva. La bretella destra del reggiseno nero era sistemata male con estrema cura, tesa e appesantita, nascondeva qua e là un lungo segno chiaro sulla pelle abbronzata. Quella prima sera a Carlo sembrava che gli occhi di Carmen indugiassero sulle sue gambe: sfrontati, non temevano di mostrare l’aggressività, la pienezza di un’anima eccessiva, esagerata come sesso con un cugino, come tuffo in un oceano di sangue, troppo nobile e troppo enigmatico per chiunque viva una vita. Carmen parlò più a Carlo che ad Alessandro in quel pub, sorrideva e godeva in silenzio dei suoi sguardi che sempre più scivolavano lenti, come una goccia di sudore quando non fa caldo, lungo il suo collo per precipitare poi tra il caldo dei suoi seni ormai liberi da una scollatura che parole e movimenti di lei aprivano e allargavano: distratta, consapevole. Sfrenata. Carlo non aveva mai avuto un bel rapporto col fratello maggiore tanto che più volte l’avrebbe ammazzato quell’uomo schifoso se solo avesse avuto meno stima di se stesso e meno rispetto nei confronti dei loro genitori, grandi lavoratori e instancabili nel tentativo di non far mancare mai nulla ai loro due ragazzi. Il padre gestiva un piccolo panificio ad angolo in corso Umberto I a Grosseto, tra le cui strade il piccolo Carlo aveva consegnato centinaia e centinaia di sacchetti di pane, certamente più di quanto avesse fatto Alessandro, sempre troppo più grande di lui per non avere giustificazioni e privilegi mai. Carlo pensò più volte di ammazzarlo ma a frenarlo era solo il pensiero dei loro genitori: sarebbe stato ingiusto solo per il loro dolore. Ma dopo, tutto gli risaliva alla mente e tutto giustificava un desiderio crescente per Carmen. Le situazioni che si creavano e le reazioni di lei erano l’unico pensiero nella mente di Carlo. Era un dodici luglio quando Alessandro annunciò il suo matrimonio con Carmen. Anche in quell’occasione pensò invano a un diabolico piano omicida. L’avrebbe sparato alle spalle con la calibro sette che custodiva già da tre mesi nel terzo cassetto in basso del comodino della sua buia stanza che dava sulla piccola piazzetta XX Settembre. Il fratello maggiore, furbo e impiegato di banca, aveva già raggiunto una discreta condizione economica sufficiente a convincere Carmen e sarebbe stata proprio quella condizione di uomo impiegato e fortunato a ucciderlo: un martedì mattina il fratellino  l’avrebbe aspettato all’angolo, dietro il tabaccaio, due isolati più avanti rispetto al grosso portone nero in ferro battuto del loro condominio e l’avrebbe freddato al suo passaggio, davanti a tutti. Sono trascorsi cinque anni dal primo incontro con Carmen durante i quali Carlo ha conosciuto, spogliato, sfiorato e afferrato la passione indomabile, che accende, non dorme, che accende e non possiede come un temporale che si carica e scoppia senza far rumore, senza cadere. Il giorno del matrimonio Carmen era insopportabile, mentre Alessandro dispensava ampi sorrisi a parenti e amici. Il vestito bianco non le donava, pensava Carlo: il lungo abito, strisciando, voleva cancellare, come scritte sulla sabbia, voglie e desideri mai finiti. Quel lungo strascico bianco sporco, con un singolo passaggio uccideva Carlo, malato d’amore. Si sentiva tremare, la febbre gli sfocava la gioia nell’aria di quella calda giornata estiva. Il petto pulito, orfano del pendente smeraldo, dava luce intorno a sé. All’uscita dalla chiesa di S. Pietro, schiacciando chicchi di riso misti a dignità, Carlo si avvicinava ad Alessandro e lo baciava augurandogli una felicità che mai avrebbe ottenuto. Con movimento goffo si voltò verso Carmen: s’inserì appena prima di lui una bassa signora bionda e fastidiosa. Paziente aspettava che la sposa congedasse quella pettegola. Il viso sembrava stanco, magro. Con mezzo sorriso le si avvicinò, posò le mani delicatamente sugli elaborati fianchi bianchi e le dette un bacio sulla sua guancia destra: cercava ma non trovava il suo profumo inebriante, cercava ma non trovava un contatto. Sfiorandole appena il naso arrossì forse e la baciò sull’altra guancia stavolta attento a posare almeno un po’ delle labbra mentre le mani si staccavano più lente. A tre anni da quel nove agosto, molti parenti e amici si ritrovarono sul mare per festeggiare e riconoscere quel vero amore, quel matrimonio di successo. Alessandro distratto e indifferente. Lei conservava ancora uno stile che Carlo amava definire zingaresco, selvaggio e furbo, estremamente nobile.

Senza alcun appuntamento si ritrovarono distesi, a metà serata, uno accanto all’altra, su quei due lettini di tela ruvida arancione e bianca. I piedi nudi di Carmen poggiavano insensibili sul bagnato scheletro della sedia mentre il profilo delle sue forme, esaltate dall’argento di una grossa luna sospesa, si stagliavano nel buio. L’aria calma e rinfrancata aspettava qualcosa, la spiaggia deserta ricordava le cose non fatte, sollecitava scocciata a vivere ora. La gonna di Carmen suggeriva le linee marcate delle cosce. E poco prima che tutto crollasse, Carlo con tre dita lasciava scivolare da un lato il pendente smeraldo, che con movimento naturale si nascondeva dietro la folta chioma di capelli, e baciò con la lingua prima che con le labbra il seno nudo di lei.

Tre settembre 1989.

Tre settembre 1989, era una domenica. Su Milano splendeva un sole ancora caldo ma così luminoso ancora per poco, un po’ triste, quasi finito, sfinito. Rivedo tutto di quella mattinata o forse questo è solo l’effetto che alcuni ricordi provocano nella mente di chi li ha vissuti: le immagini si allargano e sempre più nitide si arricchiscono di particolari, si nutrono di sé stesse fino a cancellare tanti altri giorni, tanti altri colori.

Quella giornata è la mia infanzia. A quella domenica appartengono forse tutti i flash della piccola Nicole, pur essendo convinta di non essere mai diventata qualcosa di diverso, di più maturo. Le cose vissute a quell’età restano indelebili per sempre, così si dice: nonostante avessi compiuto sette anni solo quattro giorni prima, le cose e le sensazioni di quel tre settembre mi sembrano vicine e vissute con molta più consapevolezza, con una sensibilità e attenzione da persona più grande, molto più grande di una bimba quale ero. Sulla mia nuova bici rosa, col cestino bianco e le rotelle, viaggiavo a vista davanti al passo tranquillo di mio padre, sorridente, con una buffa coppola grigia e una camicia gialla che sbucava fuori da un maglione grigio a girocollo. Mamma gli rimproverava sempre quell’abbinamento ma a lui quella situazione sembrava divertirlo e ricordo pochissime domeniche mattina senza quella camicia quel maglione e quella coppola. Reggeva sotto il braccio il corriere che comprava ogni settimana, si guardava intorno come al solito e mi intimava di fermarmi a ognuno di quei quattro incroci che separavano la nostra casa, al primo piano di una palazzina malandata in viale Ariosto, da parco Sempione.

Mentre sgambettavo sulla breccia dei vialoni bianchi a ridosso dell’arco della Pace, mio padre ogni tanto staccava gli occhi dalle enormi pagine grigie e questo bastava per sentirmi di non dover andare più lontano. Mi piaceva tantissimo fare larghi giri, arrivare infondo ai viali, fermarmi con entrambi i piedi sui pedali, voltarmi, guardare quanta lontananza avessi percorso e tornare indietro. Il ritorno lo facevo con maggiore velocità, correre verso papà era divertente, ora direi rassicurante. Il mio giro si concludeva col saluto alla curva, passando a tutta velocità accanto a papà investendo le distese noiose del suo giornale distogliendolo dalla lettura: mai una volta che mi avesse rimproverato. Doveva infastidirlo non poco a ripensarci ora, ma lui mi sorrideva ogni volta, come solo i papà sanno fare. Erano trascorsi forse cinque minuti da quando era seduto su quella panchina verde di fronte ad una grande aiuola quando improvvisamente si alzò con uno scatto repentino subito dopo essersi accorto che la panchina era bagnata. Il suo movimento fu imprevedibile, io passavo proprio in quel momento con la mia bici e mentre lui era leggermente piegato in avanti nell’intento di alzarsi, io lo colpii alla tempia col ginocchio.

Papà restò inspiegabilmente fermo, accovacciato su un lato per terra. Pensavo che fosse l’ennesimo scherzo e quindi non mossi un dito ma titubante fissai quel viso investito in pieno dalla luce mattutina. Ero preoccupata e incredula. Cominciavo a sollevare lo sguardo a scatti mentre gli occhi di papà restavano chiusi e ancora immobili. Provai allora a scuoterlo affondando le mie dita nel suo braccio destro, poi gli toccai le guance. Scoppiai a piangere. La bici rovesciata per terra aveva il manubrio storto e sul cestino bianco, che nel cadere si ritrovò affondato nella breccia polverosa, si era posato un piccione che guardava verso lo stagno delle anatre. Ormai intorno a mio padre si era formato un gruppetto di sei o forse dieci persone, non riuscivo più a vederlo. Arrivò l’ambulanza dalla quale scesero due signori con un giubbotto rosso che caricarono il corpo penzolante di mio padre sulla barella. Durante il viaggio verso l’ospedale c’era un’infermiera che aveva il compito di tranquillizzarmi senza spiegarmi cosa davvero stesse succedendo: la mia agitazione aumentava e si caricava di paure e mancanze. In ospedale ci raggiunse mia madre: era terrorizzata. In braccio a lei risposi alle sue domande in presenza del medico che ascoltava tutto e prendeva nota. Tremavo proprio come avrei tremato per tutti i giorni successivi.

Ho ucciso mio padre. È troppo facile dire di sentirsi in colpa, io vorrei almeno non essere mai nata: ho distrutto la vita di mia madre, ho privato di un padre il mio fratellino più piccolo che non l’ha mai conosciuto e ho cancellato i sogni di un uomo che amava la sua famiglia. È stato solo un incidente. Tornai a scuola dopo un paio di mesi: i miei risultati divennero penosi. Alle scuole medie, durante la settimana della festa del papà ero l’unica a non andare a scuola: trovavo insopportabile come gli altri compagni pronunciassero sorridendo la parola papà, per me che invece era solo tormento. È stato solo un incidente. Non so se i professori mi promuovessero per compassione o solo per liberarsi il prima possibile di un individuo potenzialmente pericoloso, con evidenti problemi nella socializzazione e facilmente irascibile e scontroso con i compagni. Ricordo in terza media di aver dato un pugno alla porta dell’aula causandomi anche una contusione a tre dita della mano destra: scoppiai in un pianto di tensione e ansia, stati d’animo che da soli descrivono quegli anni, i più drammatici solo perché i primi durante i quali facevo davvero i conti con la mia condizione di assassina. Mi sentivo odiata da mia madre, sempre assente nella mia vita, mentre mio fratello lo trovavo insopportabile per i suoi capricci e per le sue domande senza senso. È stato solo un incidente. A liceo mi legai in un rapporto di profonda amicizia con Carmen: conobbi il mondo della droga. Uscivamo quasi tutte le sere e frequentavamo i peggiori quartieri di Milano guidati dalle tante cattive conoscenze di Carmen sparse per la città. Ero maledetta, gli dei avevano affidato a me un destino maledetto e io non potevo che maledire la vita vivendola come la morte, senza sapere, sposando l’ignoto, calpestando la vita, sputandole addosso. Cresceva in me il desiderio di lasciare la mia casa e andare a vivere da sola, ben prima di aver raggiunto la maggiore età: l’aria di casa puzzava di vecchio, talvolta di morto. Fuggire lontanissimo mi avrebbe forse aiutato a salvarmi dall’accidia che riconosco oggi di non aver mai debellato. È stato solo un incidente. Me lo ripetono da più di vent’anni e io ne trovo più sofferenze che sollievi, più dubbi che rassegnazione. Infondo in quel periodo i miei genitori erano tutti presi dalla prossima nascita del loro secondogenito e tutte le attenzioni soprattutto di mio padre nei miei confronti erano tragicamente scomparse: irrimediabilmente finite a favore di un altro figlio, del fratellino che avrebbe fatto di me non più una figlia da coccolare ma una ragazzina da sopportare e a cui dire solo no. Quella domenica consumai la mia vendetta.

Ieri ho lasciato la casa in via Ariosto e sono partita per New York dove vorrei stabilirmi definitivamente: ho lasciato l’Italia senza salutare nessuno e senza che nessuno mi salutasse.

Dal tramonto all’alba.

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14 febbraio 2012.

Nelle grandi città è più facile cogliere i particolari.

Lungo i Navigli si affaccia una finestra che a S. Valentino resta accesa tutta la notte. È il piccolo studiolo di quella pittrice triste, sconosciuta e schiva, che nasconde storie d’amore mai vissute. Si dice che, tra tutte le sfortune che una persona possa mai subire,  a lei sia capitata l’impossibilità di amare. Chi non ha almeno un amico che non sa nuotare o uno che non sa pronunciare la erre: quella donna non ha mai saputo amare e mai ci riuscirà.

Ogni anno, nella frequentata ma non troppo rumorosa notte del 14 di febbraio, dipinge un autoritratto con pennellate continue e lente, talvolta interrotte. Stacca il pennello dalla tela, si blocca a fissare il suo riflesso sulla finestra. Poi riprende la pennellata, tremante. Il volto giovane e superbo, presuntuoso e immortale, come uno spirito si leva dai ricordi.  Pensa ora, passandosi sotto l’occhio destro il dorso della mano macchiata di giallo.

Stavolta è un  ghiacciato tramonto caldo a colorare il triste rito notturno: i suoi occhi freddi e vuoti su uno sfondo vivido ma passato, intenso ma quasi finito. Tramonto.

Anche stamattina all’alba, piange davanti al suo dipinto.

15 febbraio 2012.

Monica Verducci.

Dedicato a tutte le professoresse strambe.

Monica Verducci è stata per trentotto anni una professoressa di inglese che non ha mai saputo parlare l’inglese, che ha sempre odiato gli inglesi e che da sempre considera la scuola uno dei luoghi più noiosi e sgraziati che l’uomo possa mai frequentare. Quell’insopportabile restare ognuno al suo posto era un’offesa all’intelligenza, al libero spirito di creare: un giorno fece lezione in piedi obbligando tutta la sua classe a camminare intorno all’aula, senza banchi e senza sedie. Quella lezione di inglese risultò pessima come tutte le altre, ma la più bella che quei mocciosi abbiano mai fatto.

Quando entrava in classe il suo equilibrio sembrava precario, il suo passo corto e lento rispecchiava l’animo di una donna costantemente sovrappensiero. Lo stesso movimento del capo scandiva il susseguirsi di riflessioni per alcuni un mistero, per altri follie. Le sue spiegazioni, i suoi sguardi, le sue stesse parole si perdevano fuori dalla finestra che dava sui binari e i suoi occhi seguivano ipnoticamente i vagoni che passavano in pochi secondi da una parte all’altra della vetrata. Alcuni adoravano il senso di libertà che sprizzava dai suoi gesti e il pensare fuori dal comune velato dalle sue espressioni. Altri trovavano affascinanti le sue pause e malinconico il suo modo di vestirsi sempre eccessivo, eccentrico, colorato, spesso tendente ad un azzurro acceso di bellezza e speranza. Una donna che adorava farsi notare, che in salumeria urlava e faceva sapere a tutti i suoi acquisti e le sue scelte tutte improntate sul mangiare corretto: per lei solo i migliori prodotti, il meglio nelle giuste quantità. Riempiva di elogi il locale, si notava proprio il desiderio di essere una donna fuori dal comune e pronunciava frasi come fanno tutte quelle persone che tormentate da lunghi pensieri sembrano voler parlare solo per distrarsi, per ingannare la loro stessa mente.

È vero che lei odia un po’ tutto, che trova cattive  e fatte male novantacinque cose su cento, ma il suo arrivo in aula con quella chioma folta e rossa, bianca da quando è in  pensione, era ogni volta un colpo di scena. I suoi colleghi rinunciavano spesso a rispondere e davanti alla macchinetta del caffè si ripeteva spesso la scena di lei che parlava e tutti gli altri in cerchio ad annuire: era facile diventare bersaglio dei suoi squillanti rimproveri, ma in pochi vi restavano alla larga. Solo la Russia la faceva impazzire: era un tema perfetto che i colleghi usavano per sedare i suoi sfoghi e una parolina magica pronunciata dai suoi alunni per ottenere un posticipo dell’interrogazione. Adora follemente la neve, ha paura di attraversare le strade molto trafficate, inciampa sempre allo stesso gradino appena fuori dal cancelletto del condominio in cui abita, sola, da quarantasette anni. Una mattina arrivò a scuola col cappello del KGB sulla testa, si sedette, fissò Terzieri, il secchione che la trovava insopportabile e che la correggeva ogni tre minuti e disse: “Terzi”, sbagliava sempre anche il suo cognome, “speak about culture of Russia” disse con quella voce capace di coprire tre ottave o forse più. Non scherzava, con quelle dita fragili, bianche e affusolate si tirò su quegli occhiali giganti, aspettando una risposta che il Terzi non riuscì a dare. Ci fu sbigottimento generale, solo quelli infondo accennarono un mezzo sorriso.  Lei è Monica Verducci che all’età di 72 anni è tornata in Russia dove ha sposato un uomo di ventitre anni più piccolo, ballerino sgraziato e brutto. Si amano come due adolescenti, la Russia è la terra più rosa del mondo, dove i sogni non diventano mai realtà, perché lei i sogni vuole vivere. Si conobbero ai tempi del liceo durante una festa organizzata dalla scuola e dovreste vederli ora, lei tutta vestita di azzurro, lui col fisico perfetto, davanti al Cremlino ridere e giocare con la neve. Ragazzi, in piedi.

La maschera è un racconto.

Il carnevale è la festa dei volti e i volti, si sa, sono racconti. Maschere, opere in cartapesta, colori, trucchi, parrucche, rossetti, ombretti creano storie nuove e ricordano vite vecchie. Penso ai volti giganti che sovrastano le città di tutto il mondo e penso ai volti stupiti e incantati della gente che li guarda, che dimentica preoccupazioni e ansie e sogna, torna a fantasticare spontaneamente. Libera.

La maschera è un volto e in quanto tale racchiude una storia, un senso, spesso un mistero. Nasconde una vita e un vissuto. Nasconde la vita di chi l’ha creata e di chi la indossa. Le giganti, le rifinite creature di cartapesta sono volti che ci guardano dall’alto e ci sorridono: alcuni addirittura, forti della loro imponenza, si prendono gioco di noi, si divertono a incuterci un po’ di paura per poi lasciarci con un’ironica carezza, con quel sorriso da burlone ma profondamente buono.

Secondo me ci sono luoghi dove il carnevale è festa dei volti, è festa delle persone, di tutte le persone: uno di questi è Putignano. La storia del suo carnevale vecchio ormai 618 anni ormai la conosciamo tutti, così come è nota la spassosa atmosfera che lo caratterizza. Vorrei però parlare di un aspetto al quale raramente si fa riferimento: il carnevale di Putignano è arte, ci lavorano i più esperti artisti della cartapesta, raccoglie un bouquet di antichissimi e affascinanti riti con storielle. 

Infondo il senso del carnevale è uguale un po’ ovunque in tutti i paesi del mondo, ma già da decenni ha perso quell’aspetto tipico di trasgressione e rovesciamento della realtà che lo aveva da sempre caratterizzato sin dal medioevo: ormai ogni giorno è carnevale, la pubblicità, la televisione è carnevale.

Ma Putignano va oltre. Monta una strabiliante galleria d’arte contemporanea con rifinite opere in cartapesta circondate da folti gruppi di maschere che lentamente gira come un carillon intorno al meraviglioso centro storico, sfiorando i bassi e stretti balconi in pietra bianca delle palazzine, giocando con i panni puliti e gonfi che pendono dalle ringhiere in ferro battuto. Si crea un’atmosfera surreale che profuma di storia, di antichi fatti e di vecchie usanze ma che vive e pulsa di passioni vere, entusiasmi e fascino: eccoli gli sguardi incantati rivolti verso l’alto di figli e genitori, eccola la nonna alla finestra che sorride e saluta la nipotina che si diverte, eccolo il bimbo che indica prima una mamma con una parrucca rossa e poi subito, dimenticando il braccino alzato, volge i suoi occhi sgranati a un pupazzo gigante che sembra vero, tutto colorato, che sorride e muove gli occhi. Una festa fuori dal mondo, una festa di racconti che va raccontata e che si racconta. Da secoli, altro che trasgressione.

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Un bambino.

Aeroporto di Malpensa. Un bimbo dai capelli rossi stringe nella tonda mano sinistra il modellino di un aereo e sogna ad occhi aperti guardando quelli veri bianchi, rossi e blu, fuori dalla grande vetrata. Mentre appoggia la mano destra al vetro seguendo con l’indice e il pollice gli ampi e coordinati movimenti di quei goffi draghi senza occhi, il bimbo nota il riflesso dell’immagine di un uomo con una lunga barba. Indossa due forse tre vecchi maglioni rattoppati marroni, un paio di pantaloni a vita alta che gli coprono appena le caviglie e un cappello rosso di lana luminosissimo che rende il personaggio surreale. L’uomo distratto e stanco, barcolla e sembra cadere ogni volta che muove un passo. Il bambino si volta, lo vede mentre chiede l’elemosina piegato in due al lato della gonna nera di un’anziana signora: poi lo vede rimettersi in piedi e camminare lento con la rassegnata meccanicità di un mendicante. Di colpo però il povero uomo si ritrova davanti ad un uomo identico a lui. Uguale, stesso taglio di occhi, stessa bocca, stessa altezza: quest’ultimo però è seduto, ha due grosse valigie sistemate vicine alle ginocchia e una lunga barba bianchissima. È vestito tutto di nero, con bombetta e soprabito appeso al braccio e legge storie su un grosso libro blu che tiene sulle gambe. L’uomo dal cappello rosso fissa l’uomo serio e gli sorride: un bellissimo, sincero sorriso ingenuo. Sognante. L’uomo in nero non si accorge di nulla. Il bimbo, l’unico ad assistere a tutto questo, non parla con i suoi genitori che intanto continuano a discutere animatamente. Quel bimbo, qualche giorno dopo, dovette salire in piedi sulla sedia e a fatica sarebbe spuntato tra le bottiglie mezze piene e sopra le punte spezzate dei pandori. Niente poesie di Natale quell’anno: “Quando un uomo con una lunga barba bianca incontra un uomo con una lunga barba sporca, quello con la barba sporca è mio amico”.  Oggi quel bimbo ha ventinove anni ed è volontario in Etiopia: insegna in una scuola, fa nascere e crescere sogni e costruisce modellini di aerei per i più piccoli.

William Bale

Adele, una giovane ritrattista, vive in soffitta in un villaggio di trecentocinquanta anime a diciotto chilometri da Città del Messico. I suoi genitori si amavano profondamente come succede a pochi fortunati e impazzivano l’un per l’altro ogni giorno: la sempre elegante e disponibile signora Roote è riuscita a resistere solo trentotto giorni senza la sua adorata metà e l’hanno trovata ieri mattina senza vita seduta sulla poltrona a dondolo. Il 12 dicembre 1937 sotto un cielo azzurro e luminosissimo hanno celebrato i suoi funerali.

In piedi, dietro un grosso albero che faceva da sfondo al folto gruppo nero di parenti, conoscenti e curiosi, c’era anche il vecchio William Bale, con una sporca camicia a righe, defilato e solo come al solito. Non ha salutato nessuno, osservava attentamente tutti i presenti ed è restato assorto, immerso in quei pensieri che non lo lasciavano in pace ormai da una vita intera, o forse più. Bale, per tutti musk, per quel tanfo di umido che si avvertiva quando passava o forse più per il fatto di essere stato un assiduo frequentatore di taverne, era un uomo da cui era bene restare lontani. All’età di sette anni i suoi genitori lo affidarono a un gruppo di musicanti e con loro restò fino a quando ne ebbe diciotto, quando scappò via per sempre da Memphis. In quel gruppo che era la sua famiglia si appassionò perdutamente al contrabbasso e divenne un grande musicista nonché motivo di orgoglio e fonte di grandi affari per quei quattro sedicenti appassionati di jazz. Se solo quello strumento godesse di vita propria, gli basterebbero le sue quattro corde per descrivere tutta l’esistenza e tutti i tormenti del vecchio solo e solitario Bale. Non aveva parenti, niente amici, pochi lo conoscevano e pochissimi avevano voglia di averci a che fare. Uccise un uomo durante una serata nella più famosa taverna nel centro di Dallas, un capitano della marina che non sopportava di ascoltare note suonate da un negro. Bale gli sparò in pieno petto e non chiedetevi perché un musicista andasse in giro per taverne con una pistola sistemata nella custodia del contrabbasso. La sua donna lo abbandonò: lui fuggì verso il nord, lei invece conobbe l’uomo della sua vita e si trasferì in Messico facendo perdere le tracce. Helen sarebbe rimasta l’unica donna della sua vita, l’unica persona che era riuscita a simpatizzare col suo cuore umido, di cui, ad ascoltarlo bene, ci si poteva solo innamorare. Un uomo scontroso sì, spesso insopportabilmente taciturno e indecifrabile, ma che percepiva la sensibilità del mondo come nessuno. Col suo fare eccessivo e col suo sigaro annoiato e schifato, si creò un’immagine di maledetto e di strano tipo di cui sospettare sempre e comunque. Dall’età di ventitre anni portava un paio di occhiali scuri per nascondere l’occhio sinistro malconcio in seguito a un’operazione subita dopo la caduta da un albero: da lì avrebbe visto tutta New York, aveva sentito dire. Era vero: tutta la sua eccitante e commovente vitalità risaliva in cielo insieme ai fumi dei treni che la abbracciavano e la tenevano stretta e calda. E si addormentò su quell’albero, sotto tutte quelle stelle e quella luna piena che inargentava la collina.

Il giorno successivo ai funerali, Adele era in soffitta a cercare nella pittura quello che la vita le aveva tolto. Mentre fissava uno sfondo rosso sentì fuori un gran vociare: si affacciò dal finestrino quadrato e vide un uomo di colore con un cappello azzurrino, un paio d’occhiali scuri, un vecchio sigaro spento e sospeso a fatica tra un paio di labbra carnose, riverso per terra: avrebbe soltanto voluto salutare la sua Helen.

Piene di grazia – Vittorio Sgarbi

Non posso non citare il nuovo libro di Vittorio Sgarbi che rientra perfettamente in questa pagina che ho voluto dedicare all’affascinante e innata potenza artistica dei nostri volti, capaci di ispirare e di far provare sensazioni talvolta sconosciute.

“Possiamo immaginare che un libro sui volti della donna sia in realtà un libro sulla storia dell’arte e sulla storia della letteratura, e che io possa raccontare figure di donne che, nella dimensione della creatività, vanno anche oltre la corporeità – come le sante, con la loro iconografia, e le eroine mitologiche. Il mondo femminile nell’arte consente riflessioni, discussioni, e questo libro lo documenta con una serie di esempi che indicano l’arte, il mistero e la seduzione che dalla donna escono, e che rendono la figura femminile anche immateriale. Non è soltanto carnalità o sensualità, o attrazione della bellezza; la figura femminile è simbolo di sogni e desideri, è un’immagine evanescente, che non si riesce mai a raggiungere fino in fondo: è il sogno, è la speranza, è il desiderio. Chi leggerà questo libro non farà fatica a vederlo come uno strumento che al tempo stesso determina la curiosità e si avvicina a risolverla, come se tanti accostamenti, tante illustrazioni di opere d’arte, tanti commenti a testi poetici, potessero se non risolvere quantomeno illuminare il mistero della donna. Un libro di storia dell’arte potrebbe essere quasi esclusivamente un libro sulla donna, tanta è la quantità di opere che la donna ha ispirato dal mondo antico al mondo moderno. Perché la donna è il tema più discusso, più affrontato, più considerato e desiderato fra tutte le manifestazioni letterarie e artistiche dell’uomo.”

Vittorio Sgarbi

clown’s soul

Due anni, quattro mesi e 5 giorni. Mosca è più fredda della neve e la mia sofferenza si aggrava a tal punto che ogni ora, con l’indifferenza giocosa di un’assassina, passa e mi ferisce con l’estremità di un coltello. A trovare questa lettera sarà sicuro qualcuno che non sa nulla di me, ma vorrei che sapesse. Sono un medico. Finiti gli studi in medicina a Boston col massimo dei voti, ho svolto il mio lavoro con grande dedizione e passione. L’amore profondo che muoveva le mie dita e il coraggio che cresceva nei miei occhi nelle fasi più difficili erano i motivi per i quali ero molto stimato e apprezzato. Adesso, davanti a quello specchio immobilizzato da una vecchia e pesante cornice dorata, mi guardo ma non vedo niente: sento, ancora, quel solito suono di vuoto e di morte. A 43 anni quando mi proposero di trasferirmi in Sudafrica per guidare la nascita di un nuovo ospedale pensai di essere un predestinato, uno di quegli eroi le cui azioni sono volute o benvolute dagli dei. Con entusiasmo, una valigia rossa e il Corriere sotto il braccio, partii nel giugno del 1993 e giunsi a città del Capo. La situazione restò sotto controllo per due settimane e io avvertivo ansia ma grande voglia di combattere al fianco di quella gente. La mattina del 23 giugno sul lettino bianco della sala operatoria vi trovai un bambino da salvare con un intervento estremo ma che avevo già fatto altre volte: il bambino morì. Non riuscivo a farmene una ragione, non lo accettavo perché credevo fortemente di aver fatto il possibile. Forse gli strumenti che mi passarono erano infetti, forse ci furono errori nelle analisi: tuttora non so quale sia stata la causa di quella morte. Fui accusato di omicidio, i suoi genitori mi minacciarono più volte e la prima cosa che pensai fu di scappare. Atterrato a Mosca col primo volo disponibile mi sono finto un musicista jazz e ho suonato nei più brutti locali della città conducendo una vita tormentata e buia. Durante tutte queste notti, mentre cammino tra le larghe vie che portano a casa, non sono mai riuscito a togliermi dalla testa le palpebre sottilissime di quel bambino che sembrava chiedere aiuto anche da morto. Quando suono per i locali indosso sempre questo paio di pantaloni scuri non troppo larghi retti da queste bretelle nere su camicia bianca. La bombetta crea intorno a me un’atmosfera di mistero e sospetto, malinconia e patetica rassegnazione. La mia vita maledetta da quel giorno maledetto è una grande pagliacciata. La tristezza della mia esistenza, l’insopportabile pesantezza dei miei sensi di colpa fanno di me un clown riuscito benissimo. Gelido.

Mosca, 30 ottobre 1995

Hollis Brown

Luck

È notte a Manchester e io sono Luck, un tipo scontroso ed eternamente insoddisfatto che non sopporta la carne di maiale, le poesie e gli ospedali. La noia costante mi spinge a partire ogni week end per brevi itinerari che percorro senza troppo entusiasmo. Non sopporto parlare della mia famiglia, non ho genitori, non ho nessuno e quando qualcuno sembra voler indagare cambio più volte colore in volto fino ad ottenerne uno sguardo imbarazzato. La bagnata Portland Street riflette una vita non voluta che scorre lenta. Il dottor Frank Allen, un distinto uomo longilineo e dall’aria pensosa, indossa un lungo soprabito nero che pende giù fino a toccare il sudicio pavimento del Lewis cafè. Lo vedo di qui, anche stasera seduto al solito tavolino attaccato alla grande vetrata che dà sulla strada: trasandato, fissa la bottiglia di whisky che stringe nella mano sinistra e si confonde nell’atmosfera gialla dello stesso colore dei lampioni che penzolano stanchi qua e là. Suo padre, barbiere da quando aveva quattordici anni, affetto da una fortissima passione per il disegno, sapeva amare le donne come nessun’altro.

Lunedì sul bus che porta a Trafalgar Square si alza un uomo sulla quarantina, alto, curato e con un gran baffo che fino a quel momento era seduto poco distante da me. S’infila il giubbotto marrone, si sistema con estrema lentezza sulla testa un berretto di lana all’apparenza molto caldo, saluta la donna seduta accanto a lui e va via lasciando per terra, lungo lo stretto corridoio che porta all’uscita, un piccolo ritratto. Nessuno se ne accorse tranne me, sebbene nulla mi avrebbe mai potuto convincere a scattare in piedi per restituire l’oggetto perso. Eppure, non so ancora per quale strana ragione, dopo circa dieci minuti, prestando attenzione perché nessuno mi notasse, mi alzai e raccolsi il foglietto. Scoprii che si trattava di un ritratto di un bambino dai grossi occhi: ero io. L’intensità data dallo sguardo di quella creatura muoveva l’intero testone e m’impressionò a tal punto che pensai di poter svenire, in una sorta di estremo slancio teatrale della vicenda. Voltai il piccolo disegno in formato cartolina e lessi una frase scritta con una bellissima calligrafia: “Tuo fratello, Frank Allen”. Io, Luck Allen, con i miei occhi di sempre, chiari, tondi e sinceri, me ne stavo in quella fotografia mezzo ingiallita, dello stesso colore di questi lampioni stanchi, malati e odiati che dipingono la distanza tra me e mio fratello.

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